giovedì 27 agosto 2026 Valentina Ruzza
Silvia De Zotti aveva 56 anni e una malattia che da tempo le aveva cambiato la vita. Ma raccontarla partendo soltanto da ciò che ha sofferto sarebbe il modo più ingiusto di salutarla. Perché Silvia, prima di tutto, è stata ciò che ha fatto per gli altri.
Era una donna luminosa, capace di accorgersi delle persone. Aveva sempre una parola, un messaggio, un vocale, un pensiero. Anche quando avrebbe avuto ogni ragione per chiudersi nel proprio dolore, continuava a guardare fuori da sé.
Con i bambini aveva una sensibilità particolare. Sapeva conquistarli senza forzature, con quella leggerezza che non è superficialità ma attenzione. Il sorriso, per lei, non era un accessorio: era un modo di prendersi cura.
Nel 2018 era stata tra i fondatori dell’associazione “Mani di luce – Dottor Clown Italia”, realtà cresciuta fino a diventare un punto di riferimento nel Basso Vicentino. Un progetto nel quale Silvia aveva creduto profondamente, condividendo la visione del dottor Giovanni Evaristo Arnaldi e trasformando quelle idee in presenza concreta.
La sua attività non si fermava alla clownterapia nei reparti ospedalieri e nelle case di riposo. Silvia si spendeva anche per le donne vittime di violenza, per chi aveva bisogno di un pasto caldo, di vestiti, di una mano tesa. C’era dove c’era una fragilità. E spesso arrivava prima ancora che qualcuno chiedesse aiuto.
Negli ospedali e nelle strutture per anziani portava con sé quel naso rosso che, nel suo caso, non era mai una maschera. Era quasi una dichiarazione d’intenti: entrare nel dolore senza negarlo e provare, anche solo per qualche minuto, a renderlo più leggero.
Nel 2020 era partita con il gruppo Dottor Clown Italia per l’India. Aveva raggiunto Calcutta, visitando l’orfanotrofio di Madre Teresa, e poi Varanasi, la città sacra sul Gange. Un viaggio difficile anche dal punto di vista fisico, segnato da barriere architettoniche che in alcuni luoghi rendevano quasi impossibile il passaggio con la carrozzina.
Silvia, però, non si era fermata. Quando non era possibile andare avanti diversamente, aveva trovato il modo di proseguire comunque. È un’immagine che oggi racconta molto più di un viaggio: racconta il suo carattere.
Trovare un modo.
Lo ha fatto per anni, anche mentre la malattia avanzava.
Dal suo compleanno, all’inizio di luglio, le condizioni avevano iniziato a peggiorare. I sintomi si erano fatti via via più pesanti, ma Silvia era rimasta pienamente consapevole di ciò che stava accadendo.
Chi le è stato vicino racconta che ha affrontato anche quest’ultimo tratto con lo stesso modo con cui aveva attraversato la vita: «prendendo tutto esattamente così com’è» e cercando ogni volta «la massima misura di felicità disponibile».
È forse questa la frase che meglio la racconta.
Silvia non pretendeva che la vita fosse diversa per poterla amare. Cercava quello che ancora c’era. E da quello provava a ricavare qualcosa di buono.
Negli ultimi giorni, con l’aumento dei farmaci, ha voluto sistemare le proprie volontà, i desideri, le cose per lei importanti. Poi è entrata progressivamente nella sedazione che l’ha accompagnata fino alla morte.
Con lucidità, con consapevolezza, rimanendo fino in fondo profondamente se stessa.
E allora oggi resta il dolore, certo. Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì.
Restano le persone che ha aiutato. Le donne alle quali ha teso una mano. Gli anziani fatti sorridere nelle case di riposo. I pazienti incontrati negli ospedali. I bambini con i quali riusciva a creare un legame immediato. Restano i viaggi, i progetti, le telefonate, i vocali, i piccoli gesti che non finiscono sui giornali ma che spesso sono quelli che cambiano davvero una giornata.
Restano soprattutto le parole di chi le è stato accanto: «Ci sono persone che quando se ne vanno lasciano un’assenza. Lei lascia una presenza diversa».
Silvia ha lasciato proprio questo.
Una presenza.
Venerdì 28 agosto alle 10 la chiesa arcipretale di Santa Maria Assunta a Barbarano accoglierà l’ultimo saluto a Maria Silvia De Zotti. Il feretro arriverà dalla Casa Funeraria AlmaLuce di Alonte; dopo le esequie seguirà il rito della cremazione.
Ci saranno le lacrime di chi l’ha amata e probabilmente, in mezzo a quelle lacrime, anche qualche sorriso.
Non sarebbe fuori luogo.
Sarebbe, forse, il modo più fedele per salutare una donna che ha trascorso una parte importante della propria vita cercando di portare un po’ di luce proprio dove la vita sembrava averne lasciata meno.