venerdì 16 ottobre 2026 Martino Montagna
FIM CISL lancia l’allarme sul futuro industriale del territorio: in difficoltà fonderie, macchinari, componentistica e subfornitura. Ammortizzatori sociali diffusi e rischio di un effetto domino sulle piccole imprese.
La crisi del settore metalmeccanico vicentino entra in una fase di forte tensione, coinvolgendo almeno 27 aziende con presenza sindacale della FIM CISL e circa 3.500 lavoratori. È il quadro delineato dal report relativo al primo semestre del 2026, curato dalla FIM CISL Vicenza e diffuso il 15 ottobre. Un’analisi che evidenzia le difficoltà di un comparto fondamentale per l’economia provinciale, con ripercussioni che rischiano di estendersi ben oltre i grandi stabilimenti industriali, investendo anche la fitta rete di piccole e medie imprese dell’indotto.
A pesare sono soprattutto la contrazione degli ordini, le difficoltà che attraversano diversi mercati di riferimento e le riorganizzazioni produttive. La crisi interessa un tessuto manifatturiero articolato, nel quale convivono aziende di grandi dimensioni, imprese specializzate e numerose realtà della subfornitura. Un sistema fortemente interconnesso, nel quale le difficoltà di un grande committente possono tradursi rapidamente in una riduzione delle commesse per decine di fornitori.
Fonderie e lavorazioni dei metalli tra i comparti più colpiti
Il segmento della fonderia, della forgiatura e della lavorazione dei metalli rappresenta uno dei principali fronti di sofferenza, con oltre 1.500 lavoratori interessati secondo il report sindacale. Tra le realtà coinvolte figurano C2MAC Group, con 400 dipendenti, FOC Ciscato, con 170, Fonderie Pavinato, con 150, RTD Forge, con 70, Baldanforge, con 50, e ASFO Vicenza, con 20.
Si tratta di attività strategiche per l’industria del territorio, strettamente legate alla produzione di componenti e semilavorati destinati a numerose filiere. Le difficoltà di questo comparto possono quindi propagarsi lungo tutta la catena produttiva, coinvolgendo anche le aziende che forniscono lavorazioni meccaniche, trattamenti e servizi industriali.
Non meno delicata è la situazione delle macchine agricole e industriali. Tra i casi più significativi compare AGCO Spa, attiva nella produzione di mietitrebbie, con 760 dipendenti interessati dal quadro di crisi censito. A questa si aggiunge lo stabilimento SCM Group di Thiene, con 300 lavoratori impegnati nelle macchine per la lavorazione del legno. Il report segnala inoltre Gemata, con 107 dipendenti, e Bottero Spa, con 60.
Dall’elettromeccanica alla componentistica: la crisi si allarga
Le difficoltà non si limitano alle fonderie e ai grandi produttori di macchinari. Nell’elettromeccanica, nella termomeccanica e nell’impiantistica sono coinvolte realtà come Telwin, con 200 dipendenti, Taco Italia, con 120, Zepa Spa, con 110, BDF Digital, con 40, e Smalterie Vicentine, con 34.
Anche la componentistica e le produzioni specializzate risentono della situazione. Nel comparto figurano Campagnolo, storico marchio della componentistica per il ciclismo, con 300 dipendenti, e Trafimet Group, specializzata nelle torce per saldatura, con 97 lavoratori.
Il quadro comprende inoltre settori diversi del manifatturiero. Ferplast Spa, attiva nei prodotti per animali domestici, conta 180 lavoratori interessati, mentre nel comparto orafo compare Livior, con 70 dipendenti. Completano la ricognizione aziende dell’arredamento e della subfornitura meccanica, tra cui T.M.A. Spa, con 80 lavoratori, OMP e FORT, entrambe con 20, e Forvit e Lamec, con 14 dipendenti ciascuna.
La varietà delle imprese coinvolte mostra come la crisi non riguardi un’unica filiera o una sola tipologia produttiva, ma attraversi comparti che costituiscono una parte essenziale della specializzazione industriale vicentina.
Il peso maggiore ricade sulle imprese più grandi
La distribuzione dell’impatto occupazionale evidenzia una forte concentrazione nelle aziende di maggiori dimensioni. Il report attribuisce a sei grandi imprese, con oltre 300 dipendenti, un peso pari al 53,9% del totale provinciale indicato nella relativa elaborazione, per un valore complessivo di 2.430 lavoratori.
Tra le principali realtà citate figurano AGCO Spa, C2MAC Group, SCM Group di Thiene e Campagnolo. Accanto a queste, otto imprese di fascia medio-grande, con organici compresi tra 100 e 299 dipendenti, coinvolgono complessivamente 1.257 lavoratori. In questa categoria rientrano, tra le altre, Telwin, Ferplast, FOC Ciscato, Fonderie Pavinato, Taco Italia, Zepa e Gemata.
Altre otto aziende, con organici tra 50 e 99 dipendenti, rappresentano ulteriori 592 lavoratori interessati. Nove piccole imprese, con meno di 50 dipendenti, raccolgono invece 232 lavoratori.
Questi dati restituiscono il quadro di una crisi che interessa realtà di dimensioni differenti, ma che rischia di produrre conseguenze particolarmente pesanti proprio nei segmenti produttivi più esposti alle oscillazioni delle commesse e alla dipendenza da pochi grandi clienti.
Cassa integrazione e contratti di solidarietà per contenere le ricadute
Secondo la FIM CISL Vicenza, la causa prevalente delle situazioni censite è la crisi di settore, alla quale si aggiungono casi legati a difficoltà finanziarie e alla crisi dell’indotto.
Per fronteggiare la riduzione dell’attività produttiva, le aziende ricorrono soprattutto agli ammortizzatori sociali concordati con le organizzazioni sindacali. Tra gli strumenti utilizzati figurano la Cassa integrazione guadagni ordinaria (CIGO) e i contratti di solidarietà (CDS), che consentono di gestire le riduzioni di lavoro cercando di salvaguardare i livelli occupazionali.
Nei contesti più complessi si ricorre anche alla Cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS), mentre in alcuni casi entrano in gioco procedure di licenziamento collettivo. Strumenti che testimoniano la difficoltà di diverse imprese nel mantenere i precedenti livelli produttivi e che pongono al centro la necessità di tutelare i lavoratori e preservare le competenze professionali.
L’allarme sull’indotto: a rischio anche le piccole officine
Il nodo più delicato, sottolinea il report sindacale, riguarda però l’effetto della crisi sull’indotto. Le grandi imprese rappresentano soltanto la parte più visibile di una struttura produttiva che si regge su una rete capillare di PMI, officine meccaniche e laboratori artigiani specializzati.
Quando un’azienda capofila riduce gli ordini, rinvia gli investimenti o riorganizza la produzione, le conseguenze si trasferiscono rapidamente ai fornitori. Per molte piccole imprese, lavorare per un numero limitato di committenti significa essere particolarmente vulnerabili a qualsiasi rallentamento della domanda.
Per stimare questa ricaduta, la FIM CISL indica un possibile effetto moltiplicatore: per ogni posto di lavoro a rischio o in cassa integrazione nelle grandi aziende industriali, potrebbero essere coinvolti altri 1,5-2 lavoratori nell’indotto diretto e indiretto. Si tratta di una stima del potenziale impatto, non di un conteggio di posti già persi, ma che evidenzia la portata del rischio per l’intero sistema produttivo.
La cancellazione o il rinvio delle commesse può infatti bloccare le lavorazioni nelle aziende fornitrici, costringendo le imprese artigiane a ricorrere agli strumenti di sostegno disponibili, tra cui il Fondo di solidarietà bilaterale per l’artigianato (FSBA), oppure esponendole al rischio di cessazione dell’attività.
È questo l’aspetto che rende la crisi particolarmente preoccupante per il territorio: la possibile perdita non riguarda soltanto i posti di lavoro nelle fabbriche più grandi, ma anche un patrimonio di competenze tecniche, capacità produttive e professionalità artigiane costruito nel corso di decenni.
La sfida è salvaguardare il sistema industriale vicentino
Il quadro tracciato dalla FIM CISL Vicenza restituisce dunque una situazione di forte tensione, nella quale la tutela dell’occupazione si intreccia con la necessità di difendere la competitività e la continuità produttiva delle imprese.
I circa 3.500 lavoratori coinvolti nelle 27 aziende censite rappresentano il dato più immediato dell’emergenza, ma la dimensione effettiva del problema potrebbe essere più ampia se si considerano le ripercussioni sulle imprese fornitrici e sull’artigianato industriale.
La priorità è contenere gli effetti della contrazione produttiva, utilizzare gli strumenti di sostegno al reddito e preservare le competenze che rendono il territorio vicentino un punto di riferimento per numerose filiere manifatturiere. Perché, avverte il report, la crisi del metalmeccanico non è soltanto una questione che riguarda singole aziende o marchi storici: è una sfida che coinvolge l’intero equilibrio industriale della provincia.