giovedì 10 settembre 2026 Valentina Ruzza
Venezia, in giornate come questa, non si limita a fare da sfondo. Diventa una misura del tempo, del mestiere e perfino dello sguardo.
Arrivare al Lido durante la Mostra del Cinema significa entrare in una città dentro la città, dove tutto sembra accelerare: accrediti, imbarcazioni, fotografi, troupe, interviste, appuntamenti che si incastrano al minuto. Eppure, paradossalmente, Venezia costringe anche a rallentare. A guardare meglio. A capire cosa c’è dietro l’immagine perfetta che arriva al pubblico.
La mia giornata è stata esattamente questo: stare dentro uno dei luoghi più esposti mediaticamente al mondo e cercare, da giornalista, ciò che rimane quando si toglie il rumore.
La destinazione era la Terrazza Biennale, a pochi passi dal red carpet. Un luogo nel quale cinema, ospitalità e cucina convivono in un equilibrio tutt’altro che scontato. Qui ho incontrato Tino Vettorello e soprattutto ho potuto osservare da vicino il suo modo di interpretare una ristorazione che, durante la Mostra, deve confrontarsi ogni giorno con ritmi quasi teatrali: ospiti internazionali, cambi di programma, tempi compressi, richieste dell’ultimo momento.
La cucina, però, non può permettersi di diventare frenetica.
Ed è forse proprio questa la prima cosa che mi porto via da Venezia: la differenza tra velocità e precisione.
A tavola abbiamo attraversato un percorso che racconta il territorio senza mai ridurlo a cartolina. Il Red Carpet, con la tartare di branzino, i germogli della laguna, la polvere d’olio e la maionese al Prosecco Superiore DOCG, è stato il primo passaggio. Poi il Salmone alle Spezie di Venezia, affumicato al legno di ciliegio, con finocchio croccante all’arancia, frutti di bosco e caviale di tartufo. E infine il Rombo alla Clooney, ormai diventato molto più di una dedica: salicornia, agrumi, lampone e aria al Prosecco per un piatto che ha saputo emanciparsi dal nome celebre che lo ha reso noto.
Ed è proprio su questo punto che la giornata, da esperienza gastronomica, è diventata per me materia giornalistica.
Perché il rischio, quando si raccontano luoghi così, è fermarsi alla superficie: la star, il tappeto rosso, la fotografia, il nome conosciuto. Ma il mestiere comincia esattamente dove quella superficie finisce.
Dietro il Rombo alla Clooney non c’è soltanto Clooney. C’è un’idea di cucina che continua a evolvere. Dietro il Red Carpet non c’è soltanto la Mostra. Ci sono il branzino, la laguna, il Prosecco, una precisa lettura del territorio. Dietro la Terrazza Biennale non c’è soltanto uno dei luoghi più fotografati del Festival. C’è una macchina professionale che deve funzionare mentre tutto, intorno, può cambiare in pochi minuti.
È questo che cerco quando viaggio per raccontare la gastronomia: non semplicemente un piatto ben eseguito, ma il pensiero che lo rende necessario in quel luogo e in quel momento.
E Venezia, oggi, me lo ha ricordato con particolare forza.
Perché qui convivono continuamente due città. Quella esposta, fotografata, internazionale, quasi irreale della Mostra. E quella più profonda, fatta di acqua, materia, prodotti, persone e lavoro. La parte interessante nasce quando le due si incontrano senza che una divori l’altra.
Seduta a pochi metri dal red carpet, davanti a piatti che parlavano di Adriatico, laguna e Veneto, ho pensato che forse il privilegio più grande del mio mestiere non sia essere invitata nei luoghi dove accadono le cose.
È poterli attraversare facendo domande.
Ascoltare chi li costruisce. Capire cosa esiste prima dell’arrivo degli ospiti e cosa rimane dopo che se ne sono andati. Trasformare un pranzo, un incontro, una cucina o una giornata in qualcosa che abbia un significato anche per chi non era lì.
Poi Venezia fa il resto.
Ti accompagna verso l’acqua, lascia che il rumore del Festival si allontani e restituisce improvvisamente proporzioni diverse alle cose.
I riflettori si accendono e si spengono. Le star arrivano e ripartono. Le edizioni della Mostra si susseguono.
La città rimane.
E oggi, tornando da Venezia, mi porto dietro soprattutto questo: la consapevolezza che le storie migliori non sono necessariamente quelle che stanno sotto la luce più forte. Sono quelle che riesci a vedere quando impari a guardare appena oltre.