Salute e Sociale

Parte la bonifica dell'Ex Miteni di Trissino, servono 8 anni e 84 milioni

giovedì 23 luglio 2026 Martino Montagna

Dopo anni di indagini, allarmi sanitari e battaglie dei cittadini, prende il via il lungo percorso di bonifica dell’ex stabilimento Miteni di Trissino, nel Vicentino, il luogo da cui è partita una delle più gravi contaminazioni da Pfas mai registrate in Europa. Un intervento gigantesco, destinato a durare almeno otto anni, che dovrà affrontare una contaminazione che per decenni ha interessato terreni, acque sotterranee e sistemi idrici di un’ampia area del Veneto.

Il piano di risanamento prevede un investimento iniziale stimato in circa 84 milioni di euro, una cifra che potrebbe crescere nel corso dei lavori vista la complessità dell’intervento e la necessità di monitorare continuamente l’evoluzione dell’inquinamento. Il progetto riguarda la messa in sicurezza dell’area industriale, la gestione della falda contaminata, la rimozione o il trattamento dei terreni compromessi e il potenziamento dei sistemi di contenimento.

Una storia iniziata decenni fa

L’ex Miteni di Trissino era un polo chimico specializzato nella produzione di composti fluorurati, tra cui i Pfas, sostanze utilizzate in numerosi settori industriali per la loro capacità di resistere ad acqua, grassi e alte temperature.

Proprio questa caratteristica ha fatto conoscere i Pfas come “inquinanti eterni”: molecole estremamente persistenti nell’ambiente, difficili da degradare e capaci di accumularsi negli organismi viventi.

L’allarme esplose pubblicamente nel 2013, quando studi e monitoraggi individuarono una vasta contaminazione delle falde venete. L’inquinamento coinvolse un territorio molto ampio, con migliaia di cittadini sottoposti a controlli sanitari e programmi di sorveglianza.

La bonifica di un sito considerato simbolo dell’emergenza Pfas

Il problema non riguarda soltanto il terreno dove sorgeva lo stabilimento. La contaminazione ha interessato soprattutto la falda sottostante, rendendo necessario un intervento complesso per impedire la diffusione degli inquinanti.

Negli anni sono stati attivati sistemi di controllo e barriere idrauliche per limitare la fuoriuscita dei contaminanti, mentre gli enti pubblici hanno richiesto nuovi monitoraggi e approfondimenti tecnici per definire con precisione l’estensione del problema.

Il progetto di bonifica prevede interventi strutturali sull’area industriale: demolizioni controllate, opere di impermeabilizzazione e un sistema di contenimento sotterraneo destinato a isolare la zona maggiormente compromessa. Secondo le stime riportate nel progetto, il volume di terreno coinvolto sarebbe nell’ordine di decine di migliaia di metri cubi.

Chi pagherà il conto del disastro

Uno dei punti centrali della vicenda riguarda la responsabilità economica dell’intervento. Secondo quanto stabilito nelle decisioni giudiziarie, i costi della bonifica dovranno essere sostenuti dalle ex proprietà coinvolte nella storia dello stabilimento.

Per il territorio, però, la bonifica rappresenta soltanto una parte della sfida. Resta infatti aperto il tema del monitoraggio sanitario delle popolazioni esposte e della necessità di mantenere alta l’attenzione sugli effetti a lungo termine di una contaminazione che ha lasciato una profonda ferita ambientale e sociale.

Otto anni di lavori per voltare pagina

Il cantiere dell’ex Miteni non sarà soltanto un’opera di ingegneria ambientale: sarà il simbolo del tentativo di recuperare un territorio segnato da anni di paura e incertezza.

La sfida sarà riuscire a fermare definitivamente la diffusione dei Pfas e restituire sicurezza alle falde e alle comunità coinvolte. Una corsa contro il tempo per chiudere una delle pagine più oscure dell’inquinamento industriale italiano.

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