domenica 4 luglio 2027 Valentina Ruzza
SCHIO – Il PalaRomare non è bastato a contenere il dolore di una comunità. Ieri pomeriggio migliaia di persone hanno partecipato alle esequie di don Francesco Andreoli e Alberto Fioretto, morti nel tragico incidente avvenuto la scorsa settimana nella galleria di Malo, lungo la Superstrada Pedemontana Veneta.
Dentro il palazzetto ogni posto era occupato. Nelle prime file sedevano i familiari, accanto a loro i confratelli salesiani. Attorno, centinaia di bambini, ragazzi e animatori del Grest, molti ancora increduli davanti a una perdita tanto improvvisa. All’esterno, sotto un sole cocente, altre centinaia di persone sono rimaste per tutta la celebrazione pur di esserci. Una presenza composta e silenziosa, capace di raccontare da sola quanto profonde fossero le radici lasciate da don Francesco e Alberto nella vita della città.
L’ingresso delle due bare è stato accolto da un lungo applauso. Non un gesto rituale, ma l’abbraccio collettivo di una comunità che ha scelto di salutare due uomini accomunati dalla stessa vocazione al servizio e da un destino che li ha uniti fino all’ultimo istante.
A presiedere la celebrazione è stato il Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, affiancato da numerosi confratelli. Tra le autorità presenti anche il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani.
Il Vangelo proclamato è stato quello della risurrezione di Lazzaro. Un brano che, davanti a una tragedia tanto improvvisa, ha dato voce alla domanda che attraversava il palazzetto: come si continua a sperare quando la morte arriva senza lasciare il tempo di prepararsi?
A raccogliere quella domanda è stato don Enrico Gaetan, già direttore dell’opera salesiana di Schio, che nell’omelia ha scelto di non offrire spiegazioni, ma di condividere il cammino del dolore.
«Dio ci consola per farci diventare consolatori. Tutti ci chiediamo dov’era Dio in quella galleria. Anche Gesù, davanti alla morte di Lazzaro, piange. Non elimina il dolore, lo attraversa con noi. E ci dice: “Io sono qui”. Quando ci sentiamo amati risorgiamo. E quando sappiamo amare, facciamo risorgere anche gli altri».
Poi il ricordo si è spostato sulla vita condivisa da don Francesco e Alberto.
«Sono morti insieme. E questo racconta ciò che sono stati. Camminare insieme, educare insieme, spendersi insieme per gli altri: è questa l’essenza dello spirito salesiano. Sono certo che oggi ci chiedano di non restare prigionieri del dolore, ma di continuare a vivere con generosità».
Le parole dedicate a don Francesco hanno restituito il ritratto di un sacerdote che aveva fatto della vicinanza ai giovani il centro della propria missione.
«Mi hai sconvolto con la tua determinazione. Hai scelto il cortile, hai scelto i ragazzi. È stata una follia d’amore, una santità vissuta nel quotidiano. Sei stato il Vangelo tradotto nella vita. Hai cercato l’odore delle pecore, hai aiutato gli altri a portare frutto. Sei stato seme, lampada, casa costruita sulla roccia. Ora sei vite che continua a portare frutto».
Alla famiglia di Alberto è stato rivolto un pensiero altrettanto intenso: «Don Francesco ha accompagnato vostro figlio fino a Dio. Alberto è una perla preziosa». Poi lo sguardo si è rivolto ai tantissimi giovani presenti: «La vostra amicizia è il dono più bello che possiate fare oggi ad Alberto. È il segno di ciò che ha seminato».
L’ultimo saluto è diventato una preghiera.
«Hai scelto il cortile come luogo della tua vocazione. Adesso corri nel cortile del Paradiso. Tieni Alberto per mano e, insieme a don Bosco, fate una carezza alle vostre mamme, ai vostri papà e a tutti noi. Consolate chi resta».
Accanto alle bare, tra i numerosi cuscini floreali, anche quello inviato da Gigi Buffon, testimonianza di una vicinanza che ha voluto unirsi al dolore della comunità salesiana.
Al termine della celebrazione nessuno sembrava avere fretta di lasciare il PalaRomare. Restavano gli abbracci, le lacrime, gli sguardi rivolti verso quei due feretri che per ore hanno raccolto la gratitudine di una città intera.
Don Francesco Andreoli e Alberto Fioretto hanno lasciato un vuoto che difficilmente potrà essere colmato. Ma hanno lasciato anche una responsabilità: custodire ciò che hanno costruito ogni giorno, tra i ragazzi, nell’oratorio, nelle relazioni, nel servizio silenzioso agli altri. È questa l’eredità consegnata ieri a Schio. Un’eredità che non appartiene soltanto alla memoria, ma al futuro di una comunità chiamata a continuare il cammino che loro hanno indicato con la propria vita.